> CHI SIAMO

I Laici domenicani di Palermo costituiscono una Fraternita laica (di San Domenico; abbreviato: F.L.S.D.). Sono l'ex "Terz'Ordine", espressione e articolazione del più ampio Laicato domenicano, quale condizione del fedele cattolico impegnato a vivere, nel mondo (ossia non da ministro ordinato o soggetto di vita consacrata), il carisma di san Domenico di Caleruega - Spagna - (1170-1221; nell'immagine sopra, a sinistra, mentre adora la Croce - Beato Angelico, particolare, Firenze, museo di San Marco): preghiera, studio e predicazione.

La Fraternita palermitana si riunisce di norma due volte al mese (il 1° e il 3° Lunedì alle ore 21) presso il convento dei Padri domenicani, sito in via Bambinai n. 18 - c.a.p. 90133 - (dalla via Roma, zona Poste centrali; dal lungomare, rione San Pietro).

Scopo delle adunate è l'incontro fraterno unito alla preghiera e alla meditazione della Parola di Dio, in funzione della predicazione: sia dei singoli sia del gruppo. Si punta così a formare dei laici adulti, capaci di permeare le realtà secolari con lo spirito cristiano (cf. , nel Concilio ecumenico Vaticano II, Lumen gentium, n. 31) secondo l'ideale domenicano.

Una sottolineatura è data anche alle tematiche attuali di Giustizia e Pace (cf. Costituzione fondamentale del laicato domenicano, n. 6), nella memoria operativa dei tanti che - nell'Ordine domenicano - si sono battuti per un mondo migliore, in cui la tranquillità universale (pace) non sia frutto di armistizi o silenzio delle armi, ma piuttosto del "dare continuamente a ciascuno il suo" diritto (giustizia).
D'altro canto chi ama veramente Cristo è chiamato a servirlo nei fratelli (cf. Matteo 25).

> L'IDENTITA' E LA STORIA

Il Laicato domenicano nasce in stretto collegamento con l'Ordine dei Predicatori (approvato da papa Onorio II nel 1217). Infatti, già agli albori della sua attività apostolica, a san Domenico (+ 1221) si uniscono dei laici (ossia delle persone che non sono nè chierici nè frati), che, come "famuli" o "donati", adempiono delle funzioni materiali, cioè di supporto a quelle dei frati. Così, un po' dappertutto, accanto ai conventi sorgono delle confraternite, rette da statuti peculiari e costituenti delle vere e proprie scuole di fede, preghiera e vita cristiana secondo lo spirito del fondatore. S'impone, dunque, la necessità di dare a tutte queste confraternite una regola generale. Ciò accade nel 1285 con il Maestro generale Munio di Zamora, che promulga la "Regola dei fratelli e delle sorelle dell'Ordine della Penitenza di S. Domenico, fondatore e padre dei Frati Predicatori". Esordisce, in questo modo e formalmente, il Laicato domenicano, che più tardi (secolo XV) assumerà il nome di "Terz'Ordine", a significare, appunto, la sua presenza dopo i Frati e le Monache. Secondo la Regola zamorana il candidato, "come figlio prediletto di S. Domenico nel Signore", dovrà essere "emulatore e ardente zelatore, secondo il proprio stato, della Verità della fede cattolica" (cf. Regola citata, n. 1). I laici domenicani, quindi, operano fin dall'inizio al servizio della Verità, che contemplano e annunciano agli altri (il loro scopo è "contemplari et contemplata aliis tradere", per dirla con san Tommaso d'Aquino). Contemplano, cioè, il Vangelo di Cristo con la preghiera e lo studio, e, senza estraniarsi completamente dal mondo (da "single" o sposati e nelle più varie occupazioni lavorative), si santificano e santificano il mondo, informandosi al carisma di Domenico (cf. Costituzione fondamentale, n. 2) e seguendo l'esempio di Caterina da Siena, patrona dei laici domenicani (cf. Costituzione cit. , n. 5). In quanto titolari di questo gravoso, ma suggestivo mandato, i laici di Domenico sono parte, a pieno titolo, della più ampia "Famiglia domenicana" (felice denominazione che, per decisione del Capitolo generale di Madonna dell'Arco (NA) - 1974 -, sostituisce quelle obsolete di "Primo, Secondo e Terzo Ordine").

> LA SPIRITUALITA'

L'attività dei laici di san Domenico è particolarmente importante per la Chiesa. Infatti, dopo il Concilio ecumenico Vaticano II (1962-65), il laicato, come condizione di qualsiasi battezzato (che non sia ordinato nè religioso), viene riscoperto per la sua essenziale funzione di ordinazione a Dio delle realtà temporali (cf. la menzionata Lumen gentium, n. 31). I laici domenicani, tuttavia, hanno una tensione tutta speciale, sia per la loro vita spirituale (individuale e comunitaria), sia per il servizio a Dio e al prossimo, che, come detto, si sostanzia nella competente e coerente testimonianza della Verità di Cristo. Per il laico di Domenico, insomma, la più alta forma di carità consiste proprio nel "portare l'altro dalle tenebre dell'ignoranza alla luce della conoscenza" (Tommaso d'Aquino). A questo fine, i laici si incontrano periodicamente nella sede della Fraternita per esercitare un sano e caldo amore fraterno, ma anche per formarsi in dottrina (con l'esame della Scrittura e del Magistero ecclesiale), per pregare nonchè per organizzare la predicazione e le altre azioni caritative proprie dello spirito di Domenico (cf. nuovo Direttorio nazionale, nn. 18 e 24). Insieme costituiscono un'associazione di fedeli (Fraternita), "i cui membri conducono una vita apostolica e tendono alla perfezione cristiana partecipando nel mondo al carisma" domenicano, "sotto l'alta direzione" dell'Ordine (cf. Codice di Diritto canonico, can. 303).

> I MAGGIORI LAICI DOMENICANI

Foltissima è la schiera dei laici domenicani, che hanno fatto la storia della Chiesa e della Società civile. I più noti sono certamente la nominata Caterina (+ 1380), patrona dei laici predicatori, dottore della Chiesa ed ispiratrice del ritorno del Papa a Roma dalla "cattività avignonese"; santa Rosa da Lima (+1617), patrona dell'America latina; i beati Pier Giorgio Frassati (+1925) e Bartolo Longo (+ 1926), istitutore del santuario mariano di Pompei; Giovanni Acquaderni (+ 1922), fondatore dell'Azione cattolica italiana; Titina De Filippo (+ 1963), attrice; Giorgio La Pira (+1977), politico; Aldo Moro (+ 1978), statista; i futuri papi Benedetto XV (+ 1922) e Pio XII (+ 1958); don Luigi Sturzo (+ 1950), creatore del Partito popolare; nonchè don Giacomo Alberione (+ 1971), fondatore della Famiglia paolina.
Su La Pira e Sturzo sono stati recentemente aperti, a Firenze e a Roma, processi diocesani super virtutibus.
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Benedetto XVI RINUNCIA al mandato petrino

Benedetto XVI RINUNCIA al mandato petrino
Permanere "usque ad mortem" sul Soglio pontificio può essere una sorta di martirio (come dimostra la recente testimonianza di Giovanni Paolo II). Tuttavia, secondo il tradizionale insegnamento della Chiesa, non tutti sono chiamati al martirio e dunque non si può censurare (del resto non lo fa nemmeno la legge canonica, che prevede e disciplina la rinuncia al mandato petrino !) il Papa che, responsabilmente e coscientemente davanti a Dio (come ha dichiarato Benedetto XVI), si dimette.
VIVA BENEDETTO XVI, Papa dotto, mite e capace di atti importantissimi (tra cui l'aver dato norme severe contro la pedofilia e il riciclaggio del denaro, in cui era coinvolto lo IOR).
Ma VIVA SOPRATTUTTO LA CHIESA CATTOLICA, nella quale PERMANENTE non è la figura dell'uomo, persino il santo, che rimane ministro (ossia servitore), ma di GESU' CRISTO NOSTRO SIGNORE, che l'ha fondata e la continua a governare fino alla fine dei tempi.
Perchè SU DI ESSA, come promesso dallo stesso Signore, LE PORTE DEGLI INFERI "NON PRAEVALEBUNT" !
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Sulla manovra economica, DALLA PARTE DEGLI ULTIMI

La manovra economica in discussione alla Camera colpisce, non per la prima volta, le famiglie e le persone più deboli.

In un contesto economico-sociale assai critico - in cui la famiglia è obbiettivamente alla base del welfare italiano, tamponando le insufficienze delle istituzioni pubbliche, centrali e locali, circa i giovani disoccupati, gli anziani e gli ammalati - ci indignano i tagli lineari delle agevolazioni fiscali, seppur per il 2013-2014, riguardanti persino i figli a carico e le spese sanitarie. Ma anche la stabilizzazione, per l’immediato, degli aumenti provvisori delle accise sui carburanti, che porta complessivamente le tasse sul carburante al livello più alto dal 1995, è una ver’e propria stangata per consumatori e imprese.

Ci appare, peraltro, paradossale che chi ha chiesto ed ottenuto il consenso elettorale promettendo « meno tasse per tutti » oggi non riesca a calibrare diversamente questa manovra, pur indispensabile per la tenuta dei conti italiani secondo i parametri dell’Unione europea.

Se, quindi, come ha dichiarato in queste ore lo stesso Ministro dell’economia, « la salvezza arriva dalla politica » e « la politica non può fare errori », auspichiamo una modifica sostanziale, se non sui numeri, sui primi destinatari della manovra stessa, che rischia di impoverire ulteriormente il c.d. ceto medio, dando l’impressione di risparmiare i ricchi di un Paese, in cui il 10% delle famiglie possiede il 44% della ricchezza nazionale.

Pertanto, si attivino specialmente quanti in Parlamento si dicono credenti, ricordando che per « l'oppressione dei miseri e il gemito dei poveri, io sorgerò - dice il Signore - » e « metterò in salvo chi è disprezzato » (Salmo 11, 6).

Commissione Nazionale della Famiglia Domenicana Giustizia Pace e Creato

Roma, 15-7-2011

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X GIORNATA per l'IMPEGNO e la SOLIDARIETA'

La Commissione nazionale di Giustizia, Pace e Creato della Famiglia domenicana ha organizzato, a Bergamo, il 27 Novembre 2010, la X Giornata per l'impegno e la solidarietà, sul tema Per un'economia centrata sulla vita. Morti bianche, conti in rosso. I colori della crisi economica nel mondo del lavoro.

Qui il programma ed altri materiali su temi attuali di Giustizia e Pace:


A questo link, invece, qualche foto dell'evento:


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APPELLO al Papa per Padre Pino PUGLISI MARTIRE

Clicca qui sotto per firmare, eventualmente indicando una motivazione e l'associazione di appartenenza:

http://diamounsegno.wordpress.com/2010/09/25/don_pino_puglisi_martire/comment-page-1/#comments
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A Palermo dalla parte di lavavetri e senzatetto

E' appena entrata in vigore un'ordinanza del Sindaco di Palermo che prevede un'aspra sanzione pecuniaria, tra l'altro, nei confronti dei lavavetri ai semafori delle strade e di persone senza fissa dimora sorprese a bivaccare (sic). Il provvedimento ritiene che le loro attività creino problemi di ordine pubblico: l'intento è dunque quello - ha dichiarato il Sindaco - di "migliorare la qualità della vita dei cittadini", rispondendo "anche ad un sentire comune".

Tuttavia è paradossale che, in una città in cui la violazione delle regole è all'ordine del giorno, si chiamino a rispondere di comportamenti illeciti i poveri, quali sono le persone umane che chiedono qualche centesimo agli incroci o, in mancanza di un'abitazione, si sistemano a dormire tra improvvisati cartoni e coperte. In un momento in cui, secondo i dati Istat, la disoccupazione dilaga e si allargano le aree di povertà nella città, questa misura è davvero sorprendente, anche perchè rischia di consegnare uomini e donne che vivono di espedienti alla commissione di veri e propri reati, se non alla mercè della criminalità organizzata.

La decisione, in ogni caso, non risponde affatto al nostro sentire di cittadini e di cristiani, che anzi affermano con forza come una vita migliore per Palermo sarebbe, non già quella in cui gli indigenti siano resi invisibili, togliendo dagli occhi di chiunque lo scandalo della miseria, bensì quella intessuta di attenzione, da parte di ciascuno, ai bisogni degli ultimi, in nome di una reale solidarietà e giustizia.


Palermo, 24 Settembre 2010 (pubblicato su La Sicilia - Palermo del 5-10-2010, p. 33)



Fra' Graziano Bruno o.f.m., Giustizia Pace Integrità del creato - Sicilia

Fra' Giovanni Calcara o.p., Commissione nazionale di Giustizia e Pace della Famiglia domenicana

Francesco Lo Cascio, Movimento Internazionale per la Riconciliazione

Salvatore Scaglia, Commissione nazionale di Giustizia e Pace della Famiglia domenicana

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Il Papa a Palermo e le polemiche

In questi giorni abbondano le polemiche circa le spese relative alla visita di Benedetto XVI a Palermo, prevista per i primi di Ottobre.
Polemiche - al di là del loro fondamento - sovente strumentali perchè agitate, per fastidio preconcetto, contro la Chiesa cattolica. Ma, rispetto alle quali, persino qualche autorevole replica non è stata del tutto felice, avendo fatto un riferimento - generale - a cene di magistrati sotto scorta, in una città che ha visto letteralmente dilaniati diversi operatori di giustizia con le loro tutele e in cui diversi continuano a rischiare davvero le loro vite.
In questo contesto di sterili contrapposizioni, io scelgo una parte sicura: quella del Vangelo: ‎"Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". E Gesù: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa" " (Matteo 16, 16-18).
E' dunque la fede ("nè la carne nè il sangue") a far credere in Cristo-Salvatore e dunque nella Chiesa, ossia l'assemblea dei fedeli, da Lui fondata.
Ma sto anche con la Costituzione. Dovrebbe essere quindi espressione di autentica laicità (intesa come pluralismo confessionale e culturale, per dirla con le sentenze della Corte costituzionale), visto che questa terra è di tutti, consentire ai molti credenti - che accorreranno a Palermo non solo dalla provincia - di ascoltare le parole del Successore di Pietro.
Il quale peraltro, quando parla dell'uomo, che dovrebbe stare a cuore a tutti quanti, si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà: credenti o non; che ascoltino o non ascoltino.

Salvatore Scaglia
Presidente dei Laici domenicani di Palermo

13 Settembre 2010 (pubblicato su Avvenire del 16-9-2010, p. 33)
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Sulla promozione INTEGRALE della persona umana

Le recentissime posizioni con cui i neo Presidenti del Piemonte e del Veneto, Cota e Zaia, intendono contrastare l'aborto, se in sè e per sè sono buone, stridono nettamente con il trattamento che gli stessi, assieme ad esponenti non solo della Lega Nord, riservano agli immigrati irregolari. Spesso questi - se li si incontra personalmente - sono poveri in fuga da guerre civili o da gravi disordini sociali; disperati che meritano accoglienza e non criminalizzazione. Come si può dunque attribuire dignità di vita umana - giustamente - all'embrione ed essere, nel contempo, draconiani, ormai anche mediante norme giuridiche, nei confronti di queste persone ?
"Ero forestiero e mi avete ospitato", recita il Vangelo di Matteo (25, 35). Ma anche l'Antico testamento è nutrito di passi come: "non maltratterai lo straniero e non lo opprimerai, perchè anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto" (Esodo 22, 21). Peraltro moltissimi italiani sono stati, e sono tuttora, emigranti. O si è cristiani sempre, quindi, o non lo si è mai, a meno di realizzare mere strumentalizzazioni politiche, che nulla hanno a che spartire con la vera Legge di Cristo.

2 Aprile 2010 - Passione del Signore

- Fra' Graziano Bruno o.f.m., Moderatore di Giustizia e Pace dei Frati minori per la Sicilia
- Francesco Lo Cascio, Movimento Internazionale per la Riconciliazione - Sicilia
- Salvatore Scaglia, Commissione nazionale domenicana di Giustizia e Pace
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NESSUNO, se non Dio Padre, CONOSCE il tempo del RITORNO DI CRISTO !

Si fanno sempre più consistenti, sui vari mezzi di comunicazione sociale, dicerie circa un imminente ritorno di Gesù. Ne può così derivare paura, rassegnazione, pessimismo cosmico, deresponsabilizzazione personale o consumazione edonistica dell'esistenza.
Tuttavia il VANGELO odierno (Domenica 15 Novembre 2009) fa piazza pulita dei FALSI PROFETI, che, ieri come oggi, pretendono di conoscere il momento della SECONDA VENUTA DI CRISTO (c.d. parusìa): "Gesù disse ai suoi discepoli: « In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. [...] Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre » " (Marco 13, 24-32, passim).

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IX GIORNATA per l'IMPEGNO e la SOLIDARIETA'

La Commissione nazionale di Giustizia, Pace e Creato della Famiglia domenicana organizza, a Bari, dal 27 al 29 Novembre 2009, la IX Giornata per l'impegno e la solidarietà, sul tema Legalità.

Qui il programma ed altri materiali su temi attuali di Giustizia e Pace: http://www.giustiziaepace.org/ .
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FIGURE DOMENICANE. Beata Stefana Quinzani



2 Gennaio

Orzinuovi, 1457 - Soncino, 1530

Nata ad Orzinuovi (Bs) da una famiglia di agricoltori, visse aiutandoli nel lavoro dei campi. Entrata nel 1489 a far parte del Terz'Ordine Domenicano, fu assidua nella contemplazione della Passione di Cristo, della quale portava sul corpo le stimmate. Si dedicò con generosità al servizio dei poveri e della pace. Morì il 2 gennaio 1530 a Soncino (Cr) nel monastero da lei edificato e guidato con prudenza per anni.

Etimologia: Stefana = corona, incoronato, dal greco

Martirologio Romano: A Soncino in Lombardia, beata Stefana Quinzani, vergine, suora del Terz’Ordine di San Domenico, che si dedicò con assiduità alla contemplazione della passione del Signore e alla formazione cristiana delle fanciulle.


La Beata Stefana nacque ad Orzinuovi, ma, dopo un lungo soggiorno a Crema, visse poi a Soncino, dove nel convento dei Domenicani era luce a tutti di mirabile santità. Il Beato Domenicano Matteo Carreri, quando era ancora una piccola bimba, le predisse una ferita del divino amore. A sette anni Stefana fece voto di castità, e Gesù, apparendole, le mise al dito un anello prezioso. A 15 anni prese l’Abito del Terz’Ordine Domenicano, ma già in precedenza n’era stata rivestita dal glorioso Padre Domenico in una celeste visione. Fu cinta dagli angeli del cingolo di S. Tommaso, restando per sempre confermata in una perfetta purità. La Beata Stefana fa parte di quell’eletto stuolo di vergini Gusmane che hanno portato nel corpo e nello spirito tutti i dolori del Salvatore. Per quarant’anni, infatti, ogni venerdì, sperimentò l’intera Passione di Gesù e portò impresse nel proprio corpo le sacre Stimmate. Come a S. Caterina da Siena le fu cambiato miracolosamente il cuore, ed ebbe il dono di conoscere i più occulti pensieri e le cose future. Tanta copia di celesti carismi fruttificarono in un intenso apostolato che si estese ad ogni classe di persone. Un giorno Gesù, apparendole, le disse: “Figliola, tu mi hai fatto il dono, completo della tua volontà, quale ricompensa desideri?”; “Non voglio altra mercede che Te medesimo”, rispose Stefana. Mori santamente pronunziando le parole di Gesù sulla croce: “In manus tuas Domine, commendo spiritum meum!” Papa Benedetto XIV il 14 dicembre 1740 ha confermato il culto. Le sue reliquie, nel 1988, sono state riportate a Soncino.
L'Ordine Domenicano la ricorda il 3 gennaio.


Autore:
Franco Mariani

Fonte:http://www.santiebeati.it/dettaglio/57650

FIGURE DOMENICANE. Beata Giovanna da Orvieto

Beata Giovanna da Orvieto
23 Luglio
Cornaiolo, 1264 - Orvieto, 1306
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Nata a Cornaiolo, presso Orvieto, rimase presto orfana. Visse guadagnandosi il pane con il lavoro del ricamo e santificandolo nell'adempimento fedele dei suoi impegni di terziaria domenicana. Raggiunse i più alti gradi di vita mistica: riviveva la Passione ogni Venerdì santo. La fama delle sue virtù le conferì un eccezionale ascendente sui suoi concittadini che seppe guadagnare a Cristo.
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Martirologio Romano: A Orvieto in Umbria, beata Giovanna, vergine, Suora della Penitenza di San Domenico, insigne per carità e pazienza.
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Giovanna da Orvieto, nata a Cornaiolo nel 1264, rimase orfana in tenerissima età e, mossa da un celeste istinto, si affidò tutta alla custodia degli Angeli di cui sentiva l’amorosa tutela. A dieci anni si consacrò a Gesù e già anelava a una vita di completa dedizione a Lui. Essa intanto cresceva bella e graziosa, mentre andava maturando in cuore il disegno di entrare nel Terz’Ordine di S. Domenico, allora in fiore, e i cui membri vestivano pubblicamente l’Abito e conducevano vita religiosa, senza però lasciare le rispettive case.
Accortisi del suo divisamento, i parenti, con i quali Giovanna viveva, e che l’avevano già promessa a un ricco giovane del paese, si mostrarono oltre modo sdegnati e cominciarono ad ostacolarla in tutti i modi. La giovinetta allora, lasciata Cornaiolo, si rifugiò nella vicina Orvieto, ove altri parenti la ospitarono offrendole una cameretta solitaria e la libertà di servire Dio. Giovanna, che aveva all’epoca solo 14 anni, poté così ricevere il bianco Abito dell’Ordine.
La sua vita fu una mirabile ascesa nelle più eroiche vie dell’amore. Favorita da altissima contemplazione s’internava con tanta tenerezza nei misteri della Passione di Gesù, da meritarne la dolorosa partecipazione. Negli ultimi dieci anni della sua vita, tutti i Venerdì, entrata in estasi, sembrava un crocifisso vivente, e le ossa le si dislogavano con tanto fragore, come se si frantumassero. Ai suoi concittadini fu specchio e maestra di vita cristiana.
Dopo la morte, avvenuta il 23 Luglio 1306 a Orvieto, dalla ferita del costato, scaturì vivo sangue e Dio la onorò con molti miracoli. Il suo corpo riposa nella chiesa cittadina di San Domenico.
Papa Benedetto XIV l’11 Settembre 1754 ha confermato il culto.
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Autore: Franco Mariani

FIGURE DOMENICANE. Beata Osanna Andreasi

Beata Osanna Andreasi
18 Giugno
Mantova, 17 Gennaio 1449 - 18 Giugno 1505
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Nata a Mantova il 17 Gennaio 1449, di famiglia nobile, desiderò sin da piccola appartenere all'Ordine della Penitenza di san Domenico. Rifiutò il matrimonio e, a quindici anni, vestì l'abito di terziaria domenicana. Fu spesso chiamata a compiti di grande responsabilità, quali la reggenza del ducato di Mantova in assenza di Federico Gonzaga e, successivamente, di Francesco II Gonzaga di cui fu anche consigliera. Ebbe relazioni spirituali con i rappresentanti di vari Ordini religiosi. Il suo primo confidente fu il benedettino padre Gerolamo da Mantova "priore degli Olivetani" che ne tramandò minuziosamente la storia della vita. Nella città di Virgilio svolse una profonda azione sociale con una continua opera di assistenza verso i poveri e i bisognosi. Per questa ragione i suoi concittadini la onorarono in vita e dopo la morte, sopraggiunta sempre a Mantova il 18 Giugno 1505. Il suo corpo è custodito nel Duomo della città lombarda. (Avvenire)
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Emblema: Cuore trafitto
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Martirologio Romano: A Mantova, beata Osanna Andreasi, vergine, che, vestito l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico, unì con mirabile sapienza la contemplazione delle cose divine con le occupazioni terrene e la cura delle buone opere.
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Nacque a Mantova il 17 Gennaio 1449 dai nobili Nicola Andreasi e Agnese Gonzaga. Desiderando fin dalla prima giovinezza di appartenere all'Ordine della Penitenza di s. Domenico, rifiutò le nozze e vestì a quindici anni l'abito di terziaria domenicana, serbandolo fino alla morte, avvenuta in Mantova il 18 Giugno 1505.
Fu chiamata spesso a compiti di suprema responsabilità, come la reggenza del ducato di Mantova, in assenza di Francesco II Gonzaga, della cui gratitudine seppe egregiamente servirsi per una continua opera di assistenza verso i poveri e i bisognosi della città o verso i familiari del medesimo Francesco, come Elisabetta, sposa del duca d'Urbino, che confortò nel durissimo esilio. Dalla storia della sua vita, tramandata dal domenicano Francesco Silvestri da Ferrara e dal benedettino Girolamo da Mantova, entrambi suoi contemporanei, appare come l'Andreasi componesse mirabilmente l'apparente dissidio fra vita contemplativa e vita attiva, travaglio di quelle grandi anime che l'interiore vocazione spingerebbe alla solitudine e la pietà per il dolore umano trattiene invece nel mondo. L'Andreasi assolse dunque i doveri che il suo rango non le risparmiava e il suo spirito si assumeva con fervore apostolico, confortata dai doni soprannaturali di cui Iddio si compiacque di ricolmarla: lo sposalizio mistico, l'incoronazione di spine, le stimmate, visibili, però, come semplice turgore e non accompagnate da lacerazione di tessuti, infine la trafittura del cuore che divenne il suo emblema iconografico.
Il corpo della beata è custodito e venerato nel Duomo di Mantova; il culto ne fu permesso da Leone X e Innocenzo XII, nel 1694, e la festa collocata nel giorno anniversario della morte, il 18 Giugno.
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Autore: Gerardo Cappelluti

FIGURE DOMENICANE. Beata Maria Bartolomea Bagnesi

Beata Maria Bartolomea Bagnesi
28 Maggio
Firenze, 1514 - 1577
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La fiorentina Maria Bartolomea Bagnesi trascorse gran parte dell'esistenza immobilizzata a letto dalla malattia. Dopo la sua morte, Dio compì un miracolo, per sua intercessione, in favore di un'altra donna che sarebbe divenuta santa dopo aver vissuto anche lei nella sofferenza, Maria Maddalena de' Pazzi (che di poco la precede nel calendario, il 25 maggio).
Quest'ultima nel 1582 era entrata nel monastero fiorentino delle Carmelitane di Santa Maria degli Angeli, dove Maria Bartolomea era stata sepolta pochi anni prima, nel 1577, e dove ancora oggi si venera il suo corpo incorrotto.La beata era nata nel 1514 e a diciott'anni era stata colpita da una grave, misteriosa malattia che si intensificava ogni Venerdì, nella Settimana Santa e in varie altre solennità liturgiche. Lei la sopportò con fede.
A 33 anni il male le diede una tregua, permettendole di vestire l'abito di Terziaria domenicana.
Il culto è stato approvato dal 1804 (fonte: Avvenire).
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Martirologio Romano: A Firenze, beata Maria Bartolomea Bagnesi, vergine, suora della Penitenza di San Domenico, che per circa quarantacinque anni sopportò molti e aspri dolori.
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Maria Bartolomea, di nobile famiglia fiorentina, fu un magnifico giglio che spuntò e crebbe tra acutissime spine. Fin dalla più tenera infanzia essa desiderò di essere tutta di Gesù, e l’andava dicendo con infantile entusiasmo. Se poi, per caso, si sentiva, per scherzo, rispondere negativamente, scoppiava in lacrime inconsolabili.
Rimasta presto senza mamma, essa fu l’angelo del focolare domestico, di cui prese, con raro senno, il governo. Il babbo se la vedeva crescere accanto, bella e gentile, e per lei vagheggiava il più roseo avvenire.
Molti giovani nobili, attratti dal suo soave incanto, la chiesero in sposa. Il padre ne parlò alla figlia, dicendo che per lei non si trattava che di scegliere, perché egli non desiderava altro che di vederla sposa felice. Essa si sentì venire meno. Un tremito strano la colse e tutte le membra le si disciolsero. Portata a braccia sul letto iniziò per lei un martirio che durò quarantacinque anni, sempre in preda a malanni, crudeli e misteriosi, che s’intensificavano ogni Venerdì, nella Settimana Santa e nelle varie solennità dell’anno.
A trentatré anni ebbe una miracolosa tregua ai suoi mali e poté così ricevere l’Abito del Terz’Ordine Domenicano, da lei tanto desiderato.
A tante infermità si aggiunsero le calunnie degli uomini e gli assalti del demonio, ma niente poté abbattere la sua pazienza. Il suo letto fu una cattedra e di lì essa, con gli esempi, le parole, le lettere fu a tante anime luce di vita.
Morì il 28 Maggio 1577. Venne sepolta nel Monastero Carmelitano di Santa Maria degli Angeli a Firenze, dove si venera il suo corpo incorrotto. Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, entrata più tardi in quel Monastero, fu miracolosamente guarita per sua intercessione.
Papa Pio VII l’11 Luglio 1804 ha approvato il culto.
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Autore: Franco Mariani

FIGURE DOMENICANE. Beata Caterina da Montenegro

Beata Caterina da Montenegro (Osanna di Cattaro)
27 Aprile
Kebeza, 1493 - Kotor, 1565
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Nata nel Montenegro da genitori ortodossi, trascorse l'adolescenza pascolando il gregge della sua famiglia. Fattasi cattolica entrò nel Terz'Ordine domenicano, visse da reclusa per 51 anni offrendo la sua vita per la salvezza del mondo. Morì a Cattaro (Kotor) nella cui chiesa di s. Maria è venerato il corpo.
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Martirologio Romano: A Cattaro nel Montenegro, beata Caterina, vergine, che, battezzata nella Chiesa ortodossa, entrò nell’Ordine della Penitenza di San Domenico assumendo il nome di Osanna; visse in clausura per cinquantuno anni immersa nella divina contemplazione e dedita alla preghiera di intercessione per il popolo cristiano durante l’invasione turca.
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La vita di questa Beata ha un incanto tutto particolare. Nata nel 1493 da umilissimi genitori ortodossi a Kebeza, in seno allo scisma greco, al battesimo le fu imposto il nome di Caterina. Piccola pastorella, rapita dalla bellezza dei magnifici panorami del suo Montenegro, s’innamora del Creatore di tante meraviglie e, con insolito ardore, gli va chiedendo che si mostri a lei. E là, nella solitudine dei monti, Gesù le appare prima, tenero bimbo, e poi Crocifisso, imprimendo nel suo vergine cuore un sigillo indelebile. Collocata in seguito a Kotor come serva presso la famiglia di un Senatore, ottimo cattolico, ha modo d’istruirsi nella vera fede e di ricevere i Sacramenti. Conosciuti i Domenicani, a ventidue anni prende una decisione eroica: rendersi reclusa per sempre, prendendo l’Abito e la Regola del Terz’Ordine di San Domenico. Con l’Abito di Terziaria assunse anche il nome di Osanna, in memoria di un’altra illustre Terziaria, Osanna da Mantova. E così, murata in una celletta, accanto alla chiesa di S. Paolo, retta dai Domenicani, visse nella contemplazione dei dolori di Gesù e nella completa immolazione di se stessa. Fu anche maestra di santità a innumerevoli anime, ma soprattutto fu l’angelo tutelare di Kotor.
Morì il 27 Aprile 1565. Il suo corpo riposa nella chiesa di Santa Maria a Kotor. Papa Pio XI il 21 Dicembre 1927 ha ratificato il culto, invocandone l’intercessione per l’unità dei cristiani.
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Autore: Franco Mariani

FIGURE DOMENICANE. Beata Margherita da Città di Castello

Beata Margherita da Città di Castello
13 Aprile
Metola, 1287 - Città di Castello, 1320
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Nacque cieca, a Metola, presso Città di Castello (Pg). I genitori, dopo aver chiesto invano il miracolo della guarigione, abbandonarono la bimba, che alcune donne del popolo raccolsero e ospitarono a turno. Più tardi fu allontanata da un monastero, perché la sua vita suonava come severo rimprovero a religiose dissipate e tiepide. Allora Margherita si rivolse al Terz'Ordine della penitenza di s. Domenico ed abbracciò con generosità il programma di preghiera e di penitenza fino all'incontro definitivo con Cristo. Nutrì tenera devozione per la sacra Famiglia. Il suo corpo incorrotto si venera nella chiesa di s. Domenico a Città di Castello.
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Martirologio Romano: A Città di Castello in Umbria, beata Margherita, vergine delle Suore della Penitenza di San Domenico, che, sebbene cieca e storpia fin dalla nascita e abbandonata dai suoi genitori, confidò sempre in cuore suo nel nome di Gesù.
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Margherita nacque cieca e storpia.
Appena l’intelligenza della bimba cominciò ad aprirsi, si vide però di quali tesori di grazia era stata arricchita. Ai genitori, benché nobili e ricchi, parve un peso troppo grave e umiliante questa figlioletta priva della vista e d’ogni bellezza, e cosi un giorno, dopo averla condotta alla vicina Città di Castello per implorare la guarigione da un santo Francescano li molto venerato, vedendo che le loro suppliche restavano senza risposta, l’abbandonarono in chiesa, e se ne tornarono a casa. Margherita non pianse, non si disperò, e con un atto eroico di completa fiducia in Dio, lo invocò, quale Padre degli orfani.
Fu questo il principio di mirabili ascensioni che a poco a poco fecero risplendere intorno alla povera abbandonata, un’aureola di santità. Dopo prove e umiliazioni ricevette con giubilo l‘Abito del Terz’Ordine di San Domenico, raggiungendo nella sua breve vita di trentatré anni un grado di altissima perfezione, tutta conforme all’ideale dell’Ordine.
La coraggiosa penitenza dette vigore al suo spirito per applicarsi ad una perseverante preghiera, che aprì a lei i tesori della celeste sapienza. Aveva imparato a memoria l’intero Salterio e ne spiegava i più reconditi sensi. Fece, senza rumore, un gran bene alle anime, e tutti ricercavano la sua santa compagnia. Fu devotissima del mistero dell’incarnazione, e dopo morte, avvenuta il 13 Aprile 1320, le furono trovate nel cuore tre perle, sulle quali erano scolpite l’immagine di Gesù, della Madonna e di S. Giuseppe.
Il suo corpo incorrotto si trova nella chiesa di San Domenico a Città di Castello. Papa Paolo V, nel 1609, concesse ai Domenicani di quella città la Messa e l’Ufficio propri. Il 6 Aprile 1675 Papa Clemente X estese tale privilegio a tutto l’Ordine. Nel 1988 il locale Vescovo di Urbino e Città di Castello l’ha proclamata Patrona Diocesana dei non vedenti.
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Autore: Franco Mariani

FIGURE DOMENICANE. Beata Sibillina Biscossi

Beata Sibillina Biscossi
Pavia 1287 - 1367

La Beata Sibillina Biscossi, nata a Pavia nel 1287 e morta nel 1367, era orfana di padre e di madre. Appena ebbe la forza di sfaccendare, venne messa a servizio. Ma a 12 anni divenne cieca. Fu allora raccolta dalle Terziarie domenicane di Pavia. Nei primi anni la bambina infelice pregò a lungo, con la speranza che san Domenico le concedesse il miracolo della vista. Poi capì che la sua cecità poteva essere luce e orientamento per gli altri. Accettò la privazione e si fece reclusa in una celletta attigua alla chiesa, dove restò dai 15 agli 80 anni, nella più severa penitenza, vestita d'estate e d'inverno col medesimo saio, mangiando scarsamente e dormendo sopra una tavola di legno, senza né pagliericcio né copertura. Visitata da prelati e da potenti, da devoti e da dubbiosi, ella fu la Sibilla cristiana, che rispondeva a tutte le richieste di consiglio e di conforto. Era l'occhio luminoso di tutta la città di Pavia, che riconosceva nella cieca veggente una maestra di spirito. (Avvenire)
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Etimologia: Sibillina (diminutivo di Sibilla) = che fa conoscere la volontà di Dio, dal greco
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Martirologio Romano: A Pavia, beata Sibillina Biscossi, vergine, che, rimasta cieca dall’età di dodici anni, visse per sessantacinque anni in clausura presso la chiesa dell’Ordine dei Predicatori, illuminando con la sua luce interiore i molti che ricorrevano a lei.
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Sibillina nacque dalla onorata famiglia Biscossi, e fin dai primissimi anni mostrò grande inclinazione alla pietà. A dodici anni, colpita da una dolorosa infermità, rimase del tutto cieca. Sebbene la santa fanciulla accettasse con rassegnazione la dolorosa prova, non cessò però di chiedere a Dio di volerle ridare la vista, tanto necessaria a lei che doveva trarre dal lavoro delle mani il pane d’ogni giorno. Un giorno, mentre così pregava, le apparve il Santo Patriarca Domenico, il quale le mostrò una luce tanto meravigliosa, che le tolse per sempre il desiderio della luce e d’ogni altra cosa di questo mondo. E così, a quindici anni, vestita dell’Abito del Terz’Ordine, e accesa da cosi santo amore, si ritirò in un angusto romitorio, accanto alla chiesa dei Frati Predicatori, iniziando una vita che possiamo definire eroica.
Più eroico ancora fu il perseverarvi per 67 anni, senza mai abbandonare la sua cella. Con cuore di martire sopportò le tenebre della cecità, la solitudine completa, i rigori di una severa penitenza. Ma il segreto di tanto coraggio essa l’attinse nell’amorosa contemplazione del Crocifisso. Qui attinse anche la celeste sapienza che la rese maestra e consolatrice di innumerevoli anime che accorrevano a lei, riportandone luce e conforto.
Le fu rivelata l’ora della sua morte, avvenuta il 19 Marzo 1367, alla veneranda età di ottant'anni, attorniata dai religiosi dell’Ordine, che l’assistettero nell’ora suprema. Fu illustre per miracoli. Il suo corpo è sepolto nella cattedrale di Pavia.
Papa Pio IX il 17 Agosto 1854 ha confermato il culto.
L'Ordine Domenicano la ricorda il 18 Aprile.
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Autore: Franco Mariani

FIGURE DOMENICANE. Beata Villana Delle Botti

Beata Villana Delle Botti
Madre di famiglia e terziaria domenicana
(29 Gennaio)
Firenze, 1332 - 29 Gennaio 1361

Nata a Firenze da nobile famiglia, nella vita matrimoniale dimenticò i suoi doveri cristiani, conducendo una vita dissipata nel fasto e frivolo ambiente dei mercanti fiorentini. La terrificante visione del demonio sullo specchio davanti al quale si pavoneggiava prima di partecipare a una festa mondana, segnò l'inizio della sua profonda conversione.
Entrata nel Terz'Ordine della penitenza di san Domenico, condusse una vita di straordinaria austerità, di preghiera e di assistenza ai bisognosi.
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Martirologio Romano: A Firenze, beata Villana de Bottis, madre di famiglia, che, abbandonata la vita mondana, prese l’abito della Penitenza di san Domenico e rifulse nella meditazione sulla passione di Cristo e nell’austera condotta di vita, mendicando anche per le strade l’elemosina per i poveri.
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Villana Delle Botti, nata a Firenze da un noto e ricco mercante, visse nel secolo di Santa Caterina da Siena, sentendo fin da giovinetta l’attrattiva per i santi silenzi del chiostro. Tuttavia suo padre la costrinse a sposarsi nel 1351 con Rosso Benintendi. La timida fanciulla non seppe opporre la forte volontà di Caterina da Siena e si trovò così trascinata nel turbinio delle feste mondane, che ben presto sedussero e allacciarono l’inesperto suo cuore.
Ma Dio, geloso di quella anima, che aveva scelta per sé dall’infanzia, intervenne in modo insolito. Una sera Villana, davanti a uno specchio sontuoso, splendida nella sua acconciatura, cercò invano di contemplare la sua figura. Un orribile mostro le stava davanti. Non era un’illusione, tutti gli specchi gli mostrarono il medesimo spettacolo. Allora capì, corse al convento Domenicano di santa Maria Novella e, ai piedi di un confessore, rinnovò il suo cuore in un profluvio di lacrime.
Vestito l’abito del Terz’Ordine, intraprese una vita di generoso fervore. Una viva fiamma di carità la consumava letteralmente e fu favorita da sublimi favori. Sopportò con animo lieto penosissime prove, desiderandone ancora di più per conformarsi a Gesù Crocifisso. Amò e soccorse i poveri come solo sa fare una tenerissima madre.
Mai venne meno ai suoi doveri familiari, vero modello di matrona cristiana.
Sul letto dell’agonia, il 29 Gennaio 1361, volle indossare il bianco abito domenicano e mentre le si leggeva la Passione, giunti alle parole “Et inclinato capite emisit spiritum”, dolcemente spirò.
E’ sepolta nella Basilica di santa Maria Novella, in una tomba marmorea opera di Bernardo Rossellino.
Papa Leone XII il 27 Marzo 1824 ha confermato il culto.
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Autore: Franco Mariani

FIGURE DOMENICANE. Beata Lucia da Narni

Beata Lucia (Broccadelli) da Narni (16 Novembre)
Narni, 1476 - Ferrara, 1544

Della famiglia Broccadelli, già a 12 anni si consacrò a Dio con voto di verginità.
Suo malgrado, fu costretta dai familiari a sposarsi. Dopo un breve, ma penoso periodo di vita matrimoniale, si separò dal marito, il quale più tardi diventerà frate francescano.
Nel 1494 entrò nel Terz'Ordine domenicano a Narni.
Fu a Roma e poi a Viterbo dove il 24 Febbraio 1496 ricevette le stimmate, verificate dallo stesso Papa, da medici e da teologi. Il duca di Ferrara Ercole I, conosciuta la santità di Lucia, le chiese di diventare sua consigliera e le costruì il monastero di s. Caterina da Siena per l'educazione delle giovani ferraresi.
Negli ultimi anni di vita conobbe il disprezzo e l'umiliazione, che accettò con imperturbabile serenità.
Lucia da Narni, nata il 13 Novembre 1476, fin dalla nascita fu favorita da grazie celesti.
A quattro anni tutta la sua gioia era di intrattenersi con una graziosa immagine del Bambino Gesù che chiamava il suo “Cristarello”. Allietato da superne visioni, il suo cuore si staccò sempre più dalla terra, e a dodici anni fece voto di perpetua verginità.
L’angelica purità di Lucia dava ancor più risalto alla sua naturale bellezza e i suoi nobili parenti vagheggiavano per lei le più ricche nozze. Lucia si schermiva con forza, ma essi giunsero fino alla violenza per piegare la sua volontà. Allora, per comando della Madonna, e dietro il consiglio del suo confessore, accettò di sposare un nobile giovane, il quale, per l’amore che le portava, s’impegnò di rispettare il voto di Lucia, sebbene in seguito mettesse a dura prova la sua virtù.
Per cinque anni Lucia visse nella casa coniugale fra lacrime, preghiere e penitenze, per mantenere intatto il fiore del suo candore, finché ottenne di dividersi dal marito, che a sua volta, si fece Francescano.
Ella potè cosi vestire l’Abito del Terz’Ordine di San Domenico.
Fu allora dai superiori mandata nel Monastero di Viterbo dove, la notte del 25 Febbraio 1496, ricevette le sacre Stimmate. Per volontà del Duca di Ferrara, che la venerava come santa, e per ordine del Pontefice, si recò a Ferrara per fondarvi un Monastero del Terz’Ordine, del quale fu la prima Priora.
Morto il Duca, alcune suore, mosse dalla gelosia, ottennero che a Lucia fosse tolto ogni privilegio. Fu messa all’ultimo posto, dove così umiliata passò i trentanove anni di vita che le restavano, consumandosi come un puro olocausto.
Morì il 15 Novembre 1544 a Narni. E’ sepolta nella cattedrale.
Papa Clemente XI il 1 Marzo 1710 ha confermato il culto.
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Autore: Franco Mariani

FIGURE DOMENICANE. Beata Benvenuta Boiani



Beata Benvenuta Boiani, vergine (30 Ottobre)
Cividale, Friuli, Maggio 1255 - Cividale, 1292

Benvenuta Boiani visse a Cividale, dove era nata nel 1255, ed entrò ancor giovane nel Terz’ordine secolare domenicano.
Nel suo itinerario di esperienza ascetica, di contemplazione e di solitudine superò tentazioni e prove di ogni genere. Guarita da una grave malattia, visitò la tomba di S. Domenico a Bologna. Restò in famiglia, vivendo appartata e umile fino alla morte, avvenuta il 30 Ottobre 1292. Fu sepolta nella chiesa di S. Domenico a Cividale. Il culto, di origine popolare, fu riconosciuto nel 1765 da Clemente XIII che la proclamò beata e permise all’ordine domenicano di celebrarne la festa, che in seguito si diffuse in diocesi.
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Martirologio Romano: A Cividale del Friuli, beata Benvenuta Boiani, vergine, suora della Penitenza di San Domenico, che si consacrò totalmente alla preghiera e a una vita di mortificazione.
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Il babbo di Benvenuta, che dopo sei figlie aspettava con impazienza un maschio, seppe far buon viso alla settima arrivata, e da quell’ottimo cristiano che era esclamò: “Sia anch’essa la benvenuta!” decidendo che si chiamasse, per questo suo atto di fede, Benvenuta. In seguito questo buon padre dovette rallegrarsi sempre più della sua cara figlia, che davvero fu una benedizione, tanto da apparire subito di appartenere più al cielo che alla terra.
Nessuna cosa passeggera l’attraeva, e le sorelle non riuscirono mai a piegarla alle vanità mondane. Guidata solo dal suo fervore, e dalla inesperienza della sua giovinezza, si dette a penitenze inaudite. Le apparve allora il Santo Padre Domenico, rimproverandola severamente di si indiscreti rigori e ingiungendole ripetutamente di mettersi per la via regale della santa ubbidienza. Le indicò lui stesso il santo domenicano a cui doveva rivolgersi, il quale la diresse per tutta la vita.
Ricevuto l’Abito del Terz’Ordine imitò nelle veglie e nei digiuni i religiosi dell’Ordine. Ammalatasi gravemente, forse in seguito a tante penitenze, dopo cinque anni di spasimi fu miracolosamente guarita dal glorioso Patriarca Domenico. I pochi anni che le restarono furono tutti spesi nella contemplazione e nel sacrificio completo di sé.
Fu tormentata in tutti i modi dal diavolo, ma godette anche di celesti favori. Molte furono le apparizioni della Madonna, belle e sempre ricche di simboli. Ai confratelli e alle sorelle del Terz’Ordine, e soprattutto al popolo, la sua breve vita fu luce ed esempio mirabili.
Morì a trentotto anni, nel 1292, nel suo paese natale di Cividale. Sepolta nella chiesa locale dei Domenicani, il suo corpo non è stato poi più trovato. Papa Clemente XIII il 6 Febbraio 1765 ha confermato il culto e il titolo di Beata.
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Autore: Franco Mariani

FIGURE DOMENICANE. Beata Maria Poussepin

Memoria: 14 Ottobre
Dourdan, 1653 – Sainville, 1744
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Nata a Dourdan (Essonne) da una famiglia profondamente cristiana e impegnata nelle opere di carità, in seguito al fallimento del padre rilevò con coraggio la fabbrica paterna, trasformandola in uno stabilimento pilota, finalizzato più al bene sociale che al profitto.
Nel 1691 entrò nel Terz'Ordine domenicano, di cui apprezzava lo spirito di contemplazione e le finalità apostoliche. Intuendo che Dio e san Domenico la chiamavano a uno stile di vita diverso, lasciò la fabbrica al fratello e si trasferì a Jainville, dove la miseria e l'ignoranza erano maggiori. Qui fondò una comunità femminile di tipo domenicano, non claustrale e aperta alle opere di carità: le Suore domenicane della carità della presentazione della SantaVergine.
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Martirologio Romano: Nel villaggio di Sainville vicino a Chartres in Francia, beata Maria Poussepin, vergine, che fondò l’Istituto delle Suore Domenicane di Carità della Presentazione della Santa Vergine per offrire sostegno ai pastori d’anime, istruzione alle ragazze e assistenza ai bisognosi e ai malati.
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Tutto l’operato di questa donna è proclamato dalle parole incise sulla lapide tombale: “Vide e fece ciò che era buono dinanzi al Signore; vigilò e pregò, il nemico quindi non seminò la zizzania in casa sua”. Carità e prudenza, virtù regine tra quelle teologali e morali, furono le coordinate portanti del suo vivere. Ella si diceva “umile figlia della Provvidenza”.
A Dourdan, sua città natale, nella prima metà dei suoi anni fu Dama, diremmo oggi, della Carità di San Vincenzo di Paoli. Abile amministratrice della fabbrica paterna di calze, da manifattura la elevò a livello tecnico, riconoscendo anche per gli apprendisti i diritti sociali.
Nel 1696 si trasferì a Sainville. Divenuta terziaria domenicana e guidata da Padre Francesco Mespolié, del Convento parigino dell’Annunciazione, dedicò il suo grande cuore e la sua fortuna finanziaria al bene cristiano e sociale delle popolazioni rurali, istituendo in piccoli paesi, fino allora sprovvisti, scuole di insegnamento primario e di catechesi, e centri di assistenza infermieristica.
Andava così incontro al programma del Re Luigi XIV per riorganizzare il sistema scolastico e ospedaliero in Francia. Il raggio della sua beneficenza si prolungò grazie alla prima comunità di terziarie Domenicane da lei radunate a Sainville: nucleo germinale della Congregazione delle Suore di Carità Domenicane della Presentazione della S. Vergine che, dalla seconda metà del secolo XIX, si diffusero in molte terre, soprattutto dell’America Meridionale e Centrale.
Questa fondazione sta alla radice di quella forma di vita consacrata che in seguito si sviluppò fiorentissima con le varie Congregazioni di Suore appartenenti alla Famiglia Domenicana.
Maria morì il 24 Gennaio 1744, ma la sua memoria liturgica cade il 14 Ottobre, data di nascita e di battesimo.
La sua tomba è nella casa madre di Thurs. Papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata Beata il 20 Novembre 1994.
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Autore: Franco Mariani

FIGURE DOMENICANE. Beata Maddalena Panatieri

Memoria: 13 Ottobre
Trino (VC), 1443 - 1503
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Da principio, le opere di Maddalena Panatieri furono più che altro di misericordia.
Ebbe una speciale predilezione per i fanciulli nei quali, come il Savonarola, vedeva l'innocenza e l'avvenire del mondo. Ma il successo maggiore lo ottenne, non tanto come predicatrice, quanto come maestra di spiritualità. Ella catechizzava in una piccola cappella e le sue modeste conferenze furono destinate, sul principio, a un gruppo di donne, le quali riconoscevano nella Panatieri un'ottima consigliera.
A poco a poco, qualche uomo si unì alle donne, ed avvenne che gli stessi sacerdoti del luogo si sentirono attratti dalla parola ispirata della terziaria domenicana.
La Panatieri insisteva soprattutto sulla riforma dei costumi, e spesso trattava il problema dell'usura, vivo e scottante in quel tempo, in cui la moneta scarseggiava e i commerci si andavano fortemente espandendo. Per merito della Panatieri, Trino divenne un centro di predicazione.
Il Priore generale dei Domenicani vi giunse da Milano, e da ogni parte del Piemonte molti predicatori andavano - diciamo così - a prendere l'imbeccata a Trino, dove, d'altra parte, la terziaria domenicana non si insuperbiva, ma, al contrario, dava prova di profonda umiltà.
Ad un uomo che, urtato dalle sue parole, la colpì con uno schiaffo, la Panatieri, cadendo in ginocchio, disse evangelicamente: "Fratello, ecco l'altra guancia; colpisci pure. Ti ringrazio per amore di Cristo".
Come il Savonarola, ella fu profetessa di diversi mali, e nelle sue prediche ripeteva il grido che ritroviamo anche nei sermoni del domenicano di San Marco: "Guai all'Italia! Vedo avvicinarsi il flagello".
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Martirologio Romano: A Trino nel Monferrato in Piemonte, beata Maddalena Panatieri, vergine, suora della Penitenza di San Domenico.
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Maddalena Panatieri fin dai primi anni apparve un’anima tutta piena di grazia.
Adorna di rara bellezza, seppe sfuggire all’insidiosa rete della vanità e suo specchio fu solo il Crocifisso.
Vestì giovanissima l’Abito del Terz’Ordine di San Domenico abbracciando con gran fervore tutte le austerità dell’Ordine. Portò sempre la ruvida camicia di lana, osservò con estremo rigore l’astinenza e i lunghi digiuni, e nelle veglie fu eroica. Fece suo il duplice spirito di contemplazione e di azione, divenendone espressione vivente.
Contemplò con appassionato amore la Passione di Gesù, meritando di partecipare nell’anima e nel corpo a tutti i dolori del Salvatore. Si accese di zelo per la salvezza delle anime per le quali lavorò e pregò.
Ebbe il dono della predicazione, e in una cappella accanto alla chiesa dei Domenicani di Trino teneva calde esortazioni a cui non disdegnavano di assistere sacerdoti e religiosi, e perfino il Maestro dei Novizi vi conduceva i suoi giovani religiosi. Aveva un’arte tutta celeste per piegare gli animi al bene, e si deve alle sue opere se i Domenicani di Trino abbracciarono la stretta osservanza restaurata da Raimondo da Capua.
Il Marchese di Monferrato ebbe per lei particolare venerazione e la chiamava la “sua mamma". Del resto fu la mamma di tutti, e da tutti fu amata.
Predisse la sua morte, avvenuta il 13 Ottobre 1503, e quando fu in agonia, con voce dolcissima, intonò l’Inno Jesu nostra Redemptio e l’Ave Maris stella.
Papa Leone XII il 26 Settembre 1827 ha confermato il culto.
Il suo corpo, sepolto nella chiesa conventuale, fu subito oggetto di molta venerazione. Nascosto nel secolo XVII nel vicino oratorio di San Pietro Martire, fu rinvenuto nel 1964. Nel 1970, con l’autorizzazione della Santa Sede, fu solennemente ricollocato nella chiesa.
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Autore: Franco Mariani

FIGURE DOMENICANE. Beato Alberto da Bergamo

Beato Alberto da Bergamo (7 Maggio)

Nacque intorno al 1214 a Villa d'Ogna (BG) da una famiglia di modesti contadini.
Laborioso e pio si sposò senza mai tralasciare le opere di pietà e di carità. La sua illimitata generosità verso i poveri rese estremamente dura la convivenza con sua moglie. Anche i compaesani fecero convergere su di lui il loro astio fino a costringerlo ad allontanarsi dal suo paese natio e a riparare a Cremona. Qui entrò nel Terz'Ordine secolare e spese le sue fatiche a favore dei più poveri e in opere di pietà.
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Martirologio Romano: A Cremona, beato Alberto da Bergamo, contadino, che sopportò con pazienza i rimproveri della moglie per la sua eccessiva generosità verso i poveri e, lasciati i campi, visse povero come frate della Penitenza di San Domenico.
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Alberto da Bergamo fu un modesto fiore del giardino Gusmano e il più bell’esempio di quella santità a cui ogni cristiano è chiamato e che in nulla esce dall’ordinario. Egli fu semplice agricoltore del territorio bergamasco, dove nacque, all’inizio del XIII secolo, a Villa d’Ogna.
Fin dall’infanzia camminò nelle vie di Dio, mettendo soprattutto in pratica il grande precetto della carità. Per consiglio e per volontà dei suoi contrasse matrimonio, ma non trovò nella sua compagna né comprensione né affetto; tuttavia la sua pazienza fu inalterabile.
Venendogli contestato il possesso di alcune terre da persone potenti, per amore di pace, lasciò il suo paese e si ritirò a Cremona, dove visse del lavoro delle sue mani.
Aggregatosi al Terz’Ordine di San Domenico si dedicò senza posa alle opere di misericordia, essendo solito sostenere che sempre si trova il tempo di fare il bene quando si vuole. Egli predicò eloquentemente con le opere, dando l’esempio luminoso di quella carità cosi poco compresa e ancor meno praticata da tanti cristiani, che pur si dicono praticanti.
Alberto presentì l’ora della sua morte, avvenuta a Cremona il 7 Maggio 1279, spirando serenamente, confortato dagli ultimi Sacramenti. Molto popolo accorse a venerare il sacro corpo, attirati dal suono miracoloso delle campane che suonarono senza essere toccate.
Un altro fatto straordinario avvenne al momento della sua sepoltura: via via che si scavava la fossa la terra si pietrificava, sicché si pensò di seppellirlo nel Coro della Chiesa dove si rese celebre per grazie e miracoli.
Papa Benedetto XIV il 9 Maggio 1748 ha approvato il culto resogli “ab immemorabili”.
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Fonte: Franco Mariani

FIGURE DOMENICANE. Il Papa su Bartolo Longo

Piazza del Pontificio Santuario di Pompei - Domenica 19 Ottobre 2008
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Cari fratelli e sorelle!
Seguendo le orme del Servo
di Dio Giovanni Paolo II, sono venuto in pellegrinaggio quest’oggi a Pompei per venerare, insieme a voi, la Vergine Maria, Regina del Santo Rosario. Sono venuto, in particolare, per affidare alla Madre di Dio, nel cui grembo il Verbo si è fatto carne, l’Assemblea del Sinodo dei Vescovi in corso in Vaticano sul tema della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. La mia visita coincide anche con la Giornata Missionaria Mondiale: contemplando in Maria Colei che ha accolto in sé il Verbo di Dio e lo ha donato al mondo, pregheremo in questa Messa per quanti nella Chiesa spendono le loro energie a servizio dell’annuncio del Vangelo a tutte le nazioni. Grazie, cari fratelli e sorelle, per la vostra accoglienza! Vi abbraccio tutti con affetto paterno, e vi sono riconoscente per le preghiere che da qui fate salire incessantemente al Cielo per il Successore di Pietro e per le necessità della Chiesa universale.
Un cordiale saluto rivolgo, in primo luogo, all’Arcivescovo Carlo Liberati, Prelato di Pompei e Delegato Pontificio per il Santuario, e lo ringrazio per le parole con cui si è fatto interprete dei vostri sentimenti. Il mio saluto si estende alle Autorità civili e militari presenti, in modo speciale al Rappresentante del Governo, il Ministro per i Beni Culturali, ed al Sindaco di Pompei, il quale al mio arrivo ha voluto indirizzarmi espressioni di deferente benvenuto a nome dell’intera cittadinanza. Saluto i sacerdoti della Prelatura, i religiosi e le religiose che offrono il loro quotidiano servizio in Santuario, tra i quali mi piace menzionare le Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei e i Fratelli delle Scuole Cristiane; saluto i volontari impegnati in diversi servizi e gli zelanti apostoli della Madonna del Rosario di Pompei. E come dimenticare, in questo momento, le persone che soffrono, gli ammalati, gli anziani soli, i giovani in difficoltà, i carcerati, quanti versano in pesanti condizioni di povertà e di disagio sociale ed economico? A tutti e a ciascuno vorrei assicurare la mia vicinanza spirituale e far giungere la testimonianza del mio affetto. Ognuno di voi, cari fedeli e abitanti di questa terra, ed anche voi che siete spiritualmente uniti a questa celebrazione attraverso la radio e la televisione, tutti vi affido a Maria e vi invito a confidare sempre nel suo materno sostegno.
Lasciamo ora che sia Lei, la nostra Madre e Maestra, a guidarci nella riflessione sulla Parola di Dio che abbiamo ascoltato. La prima Lettura e il Salmo responsoriale esprimono la gioia del popolo d’Israele per la salvezza donata da Dio, salvezza che è liberazione dal male e speranza di vita nuova. L’oracolo di Sofonia si indirizza ad Israele che viene designato con gli appellativi di “figlia di Sion” e “figlia di Gerusalemme” e viene invitato alla gioia: “Rallégrati… grida di gioia… esulta!” (Sof 3,14). E’ il medesimo appello che l’angelo Gabriele rivolge a Maria, a Nazaret: “Rallegrati, piena di grazia” (Lc 1,28). “Non temere, Sion” (Sof 3,16), dice il Profeta; “Non temere, Maria” (Lc 1,30), dice l’Angelo. E il motivo della fiducia è lo stesso: “Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te / è un salvatore potente” (Sof 3,17), dice il Profeta; “il Signore è con te” (Lc 1,28), assicura l’Angelo alla Vergine. Anche il cantico di Isaia si conclude così: “Canta ed esulta, tu che abiti in Sion, / perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele” (Is 12,6). La presenza del Signore è fonte di gioia, perché, dove c’è Lui, il male è vinto e trionfano la vita e la pace. Vorrei sottolineare, in particolare, la stupenda espressione di Sofonia, che rivolgendosi a Gerusalemme dice: il Signore “ti rinnoverà con il suo amore” (3,17). Sì, l’amore di Dio ha questo potere: di rinnovare ogni cosa, a partire dal cuore umano, che è il suo capolavoro e dove lo Spirito Santo opera al meglio la sua azione trasformatrice. Con la sua grazia, Dio rinnova il cuore dell’uomo perdonando il suo peccato, lo riconcilia ed infonde in lui lo slancio per il bene. Tutto questo si manifesta nella vita dei santi, e lo vediamo qui particolarmente nell’opera apostolica del beato Bartolo Longo, fondatore della nuova Pompei. E così apriamo in quest’ora anche il nostro cuore a questo amore rinnovatore dell’uomo e di tutte le cose.
Sin dai suoi inizi, la comunità cristiana ha visto nella personificazione di Israele e di Gerusalemme in una figura femminile un significativo e profetico accostamento con la Vergine Maria, la quale viene riconosciuta proprio quale “figlia di Sion” e archetipo del popolo che “ha trovato grazia” agli occhi del Signore. E’ una interpretazione che ritroviamo nel racconto evangelico delle nozze di Cana (Gv 2,1-11). L’evangelista Giovanni mette in luce simbolicamente che Gesù è lo sposo d’Israele, del nuovo Israele che siamo noi tutti nella fede, lo sposo venuto a portare la grazia della nuova Alleanza, rappresentata dal “vino buono”. Al tempo stesso, il Vangelo dà risalto anche al ruolo di Maria, che viene detta all’inizio “la madre di Gesù”, ma che poi il Figlio stesso chiama “donna” – e questo ha un significato molto profondo: implica infatti che Gesù, a nostra meraviglia, antepone alla parentela il legame spirituale, secondo il quale Maria impersona appunto la sposa amata del Signore, cioè il popolo che lui si è scelto per irradiare la sua benedizione su tutta la famiglia umana. Il simbolo del vino, unito a quello del banchetto, ripropone il tema della gioia e della festa. Inoltre il vino, come le altre immagini bibliche della vigna e della vite, allude metaforicamente all’amore: Dio è il vignaiolo, Israele è la vigna, una vigna che troverà la sua realizzazione perfetta in Cristo, del quale noi siamo i tralci; e il vino è il frutto, cioè l’amore, perché proprio l’amore è ciò che Dio si attende dai suoi figli. E preghiamo il Signore, che ha dato a Bartolo Longo la grazia di portare l’amore in questa terra, affinché anche la nostra vita e il nostro cuore portino questo frutto dell’amore e rinnovino così la terra.
All’amore esorta anche l’apostolo Paolo nella seconda Lettura, tratta dalla Lettera ai Romani. Troviamo delineato in questa pagina il programma di vita di una comunità cristiana, i cui membri sono stati rinnovati dall’amore e si sforzano di rinnovarsi continuamente, per discernere sempre la volontà di Dio e non ricadere nel conformismo della mentalità mondana (cfr 12,1-2). La nuova Pompei, pur con i limiti di ogni realtà umana, è un esempio di questa nuova civiltà, sorta e sviluppatasi sotto lo sguardo materno di Maria. E la caratteristica della civiltà cristiana è proprio la carità: l’amore di Dio che si traduce in amore del prossimo. Ora, quando san Paolo scrive ai cristiani di Roma: “Non siate pigri nello zelo, siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore” (12,11), il pensiero nostro va a Bartolo Longo e alle tante iniziative di carità da lui attivate per i fratelli più bisognosi. Spinto dall’amore, egli fu in grado di progettare una città nuova, che poi sorse attorno al Santuario mariano, quasi come irradiazione della sua luce di fede e di speranza. Una cittadella di Maria e della carità, non però isolata dal mondo, non, come si suol dire, una “cattedrale nel deserto”, ma inserita nel territorio di questa Valle per riscattarlo e promuoverlo. La storia della Chiesa, grazie a Dio, è ricca di esperienze di questo tipo, e anche oggi se ne contano parecchie in ogni parte della terra. Sono esperienze di fraternità, che mostrano il volto di una società diversa, posta come fermento all’interno del contesto civile. La forza della carità è irresistibile: è l’amore che veramente manda avanti il mondo!
Chi avrebbe potuto pensare che qui, accanto ai resti dell’antica Pompei, sarebbe sorto un Santuario mariano di portata mondiale? E tante opere sociali volte a tradurre il Vangelo in servizio concreto alle persone più in difficoltà? Dove arriva Dio, il deserto fiorisce! Anche il beato Bartolo Longo, con la sua personale conversione, diede testimonianza di questa forza spirituale che trasforma l’uomo interiormente e lo rende capace di operare grandi cose secondo il disegno di Dio. La vicenda della sua crisi spirituale e della sua conversione appare oggi di grandissima attualità. Egli infatti, nel periodo degli studi universitari a Napoli, influenzato da filosofi immanentisti e positivisti, si era allontanato dalla fede cristiana diventando un militante anticlericale e dandosi anche a pratiche spiritistiche e superstiziose. La sua conversione, con la scoperta del vero volto di Dio, contiene un messaggio molto eloquente per noi, perché purtroppo simili tendenze non mancano nei nostri giorni. In questo Anno Paolino mi piace sottolineare che anche Bartolo Longo, come san Paolo, fu trasformato da persecutore in apostolo: apostolo della fede cristiana, del culto mariano e, in particolare, del Rosario, in cui egli trovò una sintesi di tutto il Vangelo.
Questa città, da lui rifondata, è dunque una dimostrazione storica di come Dio trasforma il mondo: ricolmando di carità il cuore di un uomo e facendone un “motore” di rinnovamento religioso e sociale. Pompei è un esempio di come la fede può operare nella città dell’uomo, suscitando apostoli di carità che si pongono al servizio dei piccoli e dei poveri, ed agiscono perché anche gli ultimi siano rispettati nella loro dignità e trovino accoglienza e promozione. Qui a Pompei si capisce che l’amore per Dio e l’amore per il prossimo sono inseparabili. Qui il genuino popolo cristiano, la gente che affronta la vita con sacrificio ogni giorno, trova la forza di perseverare nel bene senza scendere a compromessi. Qui, ai piedi di Maria, le famiglie ritrovano o rafforzano la gioia dell’amore che le mantiene unite. Opportunamente, quindi, in preparazione dell’odierna mia visita, uno speciale “pellegrinaggio delle famiglie per la famiglia” si è compiuto esattamente un mese fa, per affidare alla Madonna questa fondamentale cellula della società. Vegli la Vergine Santa su ogni famiglia e sull’intero popolo italiano!
Questo Santuario e questa città continuino soprattutto ad essere sempre legati a un dono singolare di Maria: la preghiera del Rosario. Quando, nel celebre dipinto della Madonna di Pompei, vediamo la Vergine Madre e Gesù Bambino che consegnano le corone rispettivamente a santa Caterina da Siena e a san Domenico, comprendiamo subito che questa preghiera ci conduce, attraverso Maria, a Gesù, come ci ha insegnato anche il caro Papa Giovanni Paolo II nella Lettera
Rosarium Virginis Mariae, in cui fa riferimento esplicito al beato Bartolo Longo ed al carisma di Pompei. Il Rosario è preghiera contemplativa accessibile a tutti: grandi e piccoli, laici e chierici, colti e poco istruiti. E’ vincolo spirituale con Maria per rimanere uniti a Gesù, per conformarsi a Lui, assimilarne i sentimenti e comportarsi come Lui si è comportato. Il Rosario è “arma” spirituale nella lotta contro il male, contro ogni violenza, per la pace nei cuori, nelle famiglie, nella società e nel mondo.
Cari fratelli e sorelle, in questa Eucaristia, fonte inesauribile di vita e di speranza, di rinnovamento personale e sociale, ringraziamo Dio perché in Bartolo Longo ci ha dato un luminoso testimone di questa verità evangelica. E volgiamo ancora una volta il nostro cuore a Maria con le parole della Supplica, che tra poco insieme reciteremo: “Tu, Madre nostra, sei la nostra Avvocata, la nostra speranza, abbi pietà di noi … Misericordia per tutti, o Madre di misericordia!”. Amen.


© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana
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NOTA: il grassetto è nostro.

FIGURE DOMENICANE. Beato Bartolo Longo

L’avvocato Bartolo Longo nasce a Latiano (Brindisi) il 10 febbraio 1841.
Di temperamento esuberante, da giovane si dedica al ballo, alla scherma ed alla musica; intraprende gli studi superiori in forma privata a Lecce; dopo l’Unità d’Italia, nel 1863, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Napoli. E' conquistato dallo spirito anticlericale che in quegli anni domina nell’Ateneo napoletano, al punto da partecipare a manifestazioni contro il clero e il papa. Dubbioso sulla religione, si lascia attrarre dallo spiritismo, allora molto praticato a Napoli, fino a diventarne un sacerdote che celebra i riti imitando quelli della Chiesa. Tuttavia è legato da una solida amicizia con il prof. Vincenzo Pepe, suo compaesano e uomo religiosissimo, il quale saputo del suo tormento interiore lo avvicina, convincendolo ad avere contatti con il dotto domenicano padre Radente, che con i suoi consigli e la sua dottrina, lo riconduce alla fede cattolica e alle pratiche religiose, aggregandolo al Terz'Ordine domenicano, di cui il Longo vive integralmente lo spirito. Intanto il 12 Dicembre 1864 si è laureato in Diritto: ritorna al paese natio e prende a dedicarsi ad una vita piena di carità e opere assistenziali; rinuncia al matrimonio, ricordando le parole del venerabile Emanuele Ribera, redentorista: “il Signore vuole da te grandi cose, sei destinato a compiere un’alta missione”. Superati gli indugi, abbandona la professione di avvocato, facendo voto di castità e ritorna a Napoli per dedicarsi in un campo più vasto alle opere di beneficenza; qui incontra il beato padre Ludovico da Casoria, francescano, e la beata Caterina Volpicelli, due figure eminenti della santità cattolica dell’Ottocento napoletano, entrambi fondatori di Opere assistenziali e Congregazioni religiose, i quali lo consigliano e indirizzano verso una santa amicizia con la contessa Marianna De Fusco. Da qui il Longo ha una svolta decisiva per la sua vita, diviene compagno inseparabile nelle opere caritatevoli della contessa, vedova; inoltre diventa istitutore dei suoi figli e amministratore del loro notevole patrimonio. La loro convivenza dà però adito a parecchi pettegolezzi, pur avendo il beneplacito dell’arcivescovo di Napoli cardinale Guglielmo Sanfelice; dopo un’udienza accordata loro da papa Leone XIII, il quale sollecita una soluzione confacente, decidono di sposarsi nell’Aprile 1885, con il proposito però di vivere come buoni amici, in amore fraterno, come hanno fatto fino ad allora. La contessa De Fusco è proprietaria di terreni e abitazioni nel territorio di Pompei (NA) e Bartolo Longo, come amministratore, si reca spesso nella Valle; vedendo l’ignoranza religiosa in cui vivono i contadini sparsi nella campagne, prende ad insegnare loro il catechismo, a pregare e specialmente a recitare il Rosario. Una pia suora, Maria Concetta de Litala, gli dona una vecchia tela raffigurante la Madonna del Rosario, molto rovinata; restauratala alla meglio, Bartolo Longo decide di portarla nella Valle di Pompei e lui stesso racconta, che nel tratto finale, poggia il quadro per trasportarlo, su un carro, che fa la spola dalla periferia della città alla campagna, trasportando letame, che allora viene usato come concime nei campi. Il 13 Febbraio 1876, il quadro è esposto nella piccola chiesetta parrocchiale: da quel giorno la Madonna elargisce con abbondanza grazie e miracoli; la folla di pellegrini e devoti aumenta a tal punto che si rende necessario costruire una chiesa più grande. Il Longo su consiglio anche del vescovo di Nola, Formisano, inizia il 9 Maggio 1876 la costruzione del tempio che termina nel 1887. Il quadro della Madonna, dopo essere stato opportunamente restaurato, viene sistemato su un trono splendido; l’immagine poi è anche incoronata con un diadema d’oro, ornato da più di 700 pietre preziose e benedetto da papa Leone XIII. La costruzione è finanziata da innumerevoli offerte di denaro, proveniente da tante Associazioni del Rosario, sparse in tutta Italia. In breve diviene centro di grande spiritualità, è elevata al grado di Santuario, centro del Sacramento della Confessione di milioni di fedeli, che si accostano alla Comunione tutto l’anno. Il beato istituisce pure delle opere sociali: un orfanotrofio femminile, affidato alla cura delle suore Domenicane Figlie del Rosario di Pompei, da lui fondate; l’Istituto dei Figli dei Carcerati (diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane), in controtendenza con le tesi di Lombroso, secondo cui i figli dei criminali sono per istinto destinati a delinquere; il periodico “Il Rosario e la Nuova Pompei” (nel 1884), che ancora oggi è edito in centinaia di migliaia di copie, diffuse in tutto il mondo (e la cui stampa viene affidata alla tipografia da lui fondata per dare un avvenire ai suoi orfanelli; asili, scuole, ospizi per anziani, un ospedale, laboratori e la Casa del pellegrino. Il santuario sarà ampliato nel 1933-39, con la costruzione di un massiccio campanile alto 80 metri, un po' isolato dal tempio, con 11 campane, di cui la più grande è di 50 quintali, con ascensore interno per la visita panoramica fino alla cima, in cui si trova una grande croce luminosa di sette metri, enormi statue in bronzo - alte 5-6 metri ciascuna -, esterne al campanile e posizionate a vari livelli di altezza. L’interno della chiesa è a croce latina, tutta lavorata in marmo, con ori, mosaici, quadri ottocenteschi e un'immensa cripta, il trono della Vergine circondato da colonne. Sulla crociera vi è infine l’enorme cupola di 57 metri, tutta affrescata, che, vista dall'interno provenendo dal fondo della chiesa, produce un geniale 'effetto occhio', che si apre gradualmente scoprendo, come pupilla, al centro l'immagine di san Domenico. Nel 1893 Longo offre al papa Leone XIII la proprietà del Santuario e di tutte le opere pompeiane; e qualche anno più tardi rinuncia anche all’amministrazione che il papa gli ha lasciato. In un pubblico discorso, dismette le onorificenze ricevute in favore dei suoi orfani con la raccomandazione di essere sepolto nel santuario vicino alla sua Madonna.
Muore il 5 Ottobre 1926 e, secondo il suo desiderio, è sepolto nella cripta, in cui riposa anche la contessa De Fusco.
Ha trovato una zona paludosa e malsana, a causa dello straripamento del vicino fiume Sarno, abbandonata praticamente dal 1659, nonostante l’antica storia di Pompei, città di più di 20.000 abitanti nell’epoca romana, distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 24 Agosto 79 d.C. . Alla sua morte lascia invece una città ripopolata, salubre, tutta ruotante attorno al Santuario e alle sue numerose Opere, a cui poi si affianca il turismo per i ritrovati scavi della città sepolta. È sua l’iniziativa della Supplica, da lui compilata, alla Madonna del Rosario di Pompei che si recita, solennemente e con gran concorso di fedeli, l’8 Maggio e la prima domenica di Ottobre.
Bartolo Longo è beatificato il 26 Ottobre 1980 da Giovanni Paolo II.
Il santuario è basilica pontificia e, come Loreto, è sede episcopale (prelatura) con giurisdizione su Pompei. Papa Giovanni Paolo II vi si reca in pellegrinaggio all’inizio del suo pontificato, nel 1979, e una seconda volta nel compimento dei suoi 25 anni di pontificato, nel 2003, a concludere ai piedi di Maria l’anno del Rosario da lui indetto, in vista del quale il 16 Ottobre 2002 ha promulgato la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae sul pio esercizio del Rosario.
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FIGURE DOMENICANE. La Pira e la Costituzione (relazione)

Al link sotto indicato si può leggere la relazione su L'impegno cristiano di La Pira nel suo apporto alla Costituzione, svolta a Pozzallo il 4 e 5 Novembre 2008, in occasione del 31° anniversario della morte del Servo di Dio.
Peraltro la stessa relazione è stata pubblicata su Koinonìa (Marzo 2009) ed è consultabile al secondo link.
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Salvatore Scaglia

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http://groups.google.it/group/giustizia-pace-integrita-del-creato/browse_thread/thread/b4752f5363eef9a1?hl=it

http://www.koinonia-online.it/k2009-03scaglia.htm

FIGURE DOMENICANE. Giorgio La Pira

Giorgio La Pira nasce il 9 Gennaio 1904 a Pozzallo (RG), in Sicilia.
Primogenito di una famiglia di umili condizioni, a prezzo di grandi sacrifici riesce a diplomarsi in Ragioneria e poi a laurearsi in Giurisprudenza. Trasferitosi a Firenze con il suo maestro, diventa docente di Diritto romano. L’ 11 Dicembre 1927 riceve l’abito di Terziario domenicano nella Basilica di San Marco a Firenze, prendendo il nome di fra' Raimondo. Tra il 1929 ed il 1939 svolge un’intensa attività di studioso che lo mette in contatto con l’Università Cattolica di Milano: entra cosí in amicizia con figure come padre Gemelli e Giuseppe Lazzati. Si impegna a fondo nell’Azione Cattolica giovanile e nella pubblicistica cattolica, scrivendo in numerose riviste, tra cui il famoso Frontespizio. Nel 1936 è accolto nella Comunità domenicana di San Marco, da cui gli è assegnata la cella n° 6, "luminosa e silenziosa, ma fredda e disadorna" come scrive padre Cipriano Ricotti. In questo periodo approfondisce lo studio delle opere di Tommaso d'Aquino, attraverso il quale si affinerà il suo pensiero e la sua mentalità cristiana. Alla vigilia della guerra (1939) fonda e dirige la rivista Principi, nella quale - in pieno regime fascista - pone le premesse cristiane per un’autentica democrazia. Il regime ne vieta la pubblicazione. Tra il 15 Luglio e l’8 Settembre 1943 crea il foglio clandestino San Marco. Il 23 Settembre sfugge alla polizia segreta che lo cerca per arrestarlo. Raggiunta Roma, nel 1944 tiene all’Ateneo Lateranense - su iniziativa dell’Istituto Cattolico Attività Sociali - un corso di lezioni che riscuote molto successo. L’anno successivo le lezioni vengono pubblicate sotto il titolo Le premesse della politica. Liberata Firenze l’11 Agosto 1944, La Pira torna ad insegnare all’Università e collabora al quotidiano del Comitato di Liberazione Nazionale toscano La nazione del popolo. Nel frattempo arricchisce il suo pensiero approfondendo la cultura cattolica francese e l’economia anglosassone. Sostiene il diritto universale al lavoro e l’accesso generalizzato alla proprietà. Frutto di questa riflessione sono alcuni noti volumi come La nostra vocazione sociale: Valore della persona umana. Nel 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente. Nel 1947, insieme a Dossetti, Fanfani e Lazzati, dà vita a Cronache sociali, la rivista che meglio ha espresso la presenza cristiana nel difficile processo di rinascita della democrazia in Italia. Alla Costituente svolge un’opera di grande rilievo, e da tutti apprezzata, nella Commissione dei 75, in particolare per la formulazione dei principi fondamentali che dovranno reggere la nuova Repubblica Italiana. Nel 1948 è nominato sottosegretario al Ministero del Lavoro; nel 1950 scrive in Cronache Sociali il famoso saggio L’attesa della povera gente, nel quale dimostra la necessità, e la concreta possibilità, del lavoro e della casa per tutti. Nel 1951 interviene presso Stalin in favore della pace in Corea. Il 6 Luglio è eletto sindaco di Firenze (1951-1958; 1961-1965). La sua opera di sindaco è connotata da notevoli realizzazioni amministrative e da straordinarie iniziative di carattere politico e sociale. Sotto la sua amministrazione, vengono ricostruiti i ponti Alle Grazie, Vespucci e Santa Trinità distrutti dalla guerra; viene creato il quartiere-satellite dell’Isolotto; si gettano le basi per il quartiere di Sorgane; si costruiscono, in varie zone della periferia, moltissime case popolari; si riedifica il nuovo Teatro Comunale; si realizza la Centrale del Latte; viene nuovamente pavimentato il Centro Storico. Con la collaborazione dell’on. Nicola Pistelli, Firenze viene dotata di un numero di scuole tale da ritardare di almeno vent’anni la crisi dell’edilizia scolastica in città. Nello stesso tempo, La Pira conduce una coraggiosa lotta in favore dei lavoratori. Famosa la strenua difesa dell’occupazione per i duemila operai delle officine Pignone, poi della Galileo e della Cure. Nel 1952 organizza, in piena guerra fredda, il primo Convegno internazionale per la pace e la civiltà cristiana. Da esso ha inizio un’attività, unica in Occidente, tesa a promuovere contatti vivi, profondi, sistematici tra esponenti politici di tutti i Paesi. Nel 1955 i sindaci delle capitali del mondo siglano a Palazzo Vecchio un patto di amicizia. Nel 1958 hanno luogo a Firenze i Colloqui Mediterranei cui partecipano rappresentanti arabi ed israeliani. Nel 1959 La Pira, invitato a Mosca, parla addirittura al Soviet Supremo in difesa della distensione e del disarmo. Rivolge anche un ammonimento ai capi del Cremlino: «Come avete rimosso dal Mausoleo al Cremlino il cadavere di Stalin, cosí dovete liberarvi dal cadavere dell’ateismo. È una ideologia che appartiene al passato ed è ormai irrimediabilmente superata». Nel 1965 incontra ad Hanoi Ho Chi-Minh con il quale mette a punto una serie di proposte che, se non fossero state osteggiate da esponenti occidentali ostili alla pace, avrebbero anticipato di un decennio la fine della tragica guerra vietnamita. In parallelo a questi contatti diplomatici avvengono i gemellaggi di Firenze con Philadelphia, Kiev, Kioto, Fez e Reims; nonché il conferimento della cittadinanza onoraria di Firenze al segretario dell’ONU U Thant e al grande architetto Le Corbusier. Nel capoluogo toscano La Pira promuove il Comitato internazionale per le ricerche spaziali; una tavola rotonda sul disarmo; iniziative tese a mettere in luce il valore e l’importanza del terzo mondo e degli emergenti Stati africani (tra l’altro, invita a Firenze il presidente del Senegal Léopold Senghor, uno dei piú prestigiosi leaders cristiani dei movimenti di liberazione). È ancora lui che per primo lancia l’idea dell’Università Europea da istituire a Firenze. Dal 1966 comincia a ritirarsi dall’attività pubblica, ma continua a mantenere contatti internazionali quale presidente della Federazione mondiale delle città unite. In questa veste tiene colloqui e conferenze in vari paesi d’Europa, in preparazione alla Conferenza di Helsinki. Nel 1967 ha colloqui con Nasser in Egitto ed Abba Eban in Israele, per collaborare alla pace tra i due grandi gruppi umani usciti dall’unico progenitore Abramo. Trova un inaspettato interesse per questa impostazione di discorso politico fondato sulla tradizione religiosa. Nel 1973 a Houston (USA) parla al Convegno internazionale "I progetti per il futuro" e delinea i compiti delle nuove generazioni. Famoso l’inizio del suo discorso: “I giovani sono come le rondini, annunciano la primavera”. Nel contesto di queste molteplici iniziative svolge un'intensa attività pubblicistica. Scrive a Capi di Stato, a personalità di ogni continente, ai monasteri di clausura, ai vecchi e ai bambini di Firenze, tiene discorsi, conversazioni, incontri, soprattutto con giovani, che lo seguono con entusiasmo avvertendo la grande forza della sua fede e la purezza dei suoi ideali. Instancabile proclamatore della profezia di Isaia, ne esalta spesso la sua attualità: «Avverrà che nei tempi futuri il monte della casa del Signore sarà stabilito in cima ai monti e si ergerà al di sopra dei colli. Tutte le genti affluiranno ad esso, e verranno molti popoli dicendo: "Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché c'istruisca nelle sue vie e camminiamo nei suoi sentieri". Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice tra le genti e arbitro di popoli numerosi. Muteranno le loro spade in zappe e le loro lance in falci; una nazione non alzerà la spada contro un'altra e non praticheranno più la guerra. Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore!». È questo ideale che lo sostiene negli ultimi anni, resi difficili da una grave malattia e da un penoso isolamento.
Il 5 Novembre 1977 in un "sabato senza vespri", come aveva desiderato, conclude il suo pellegrinaggio terreno.
Il 9 Gennaio 1986, giorno della nascita di La Pira, il cardinale Silvano Piovanelli, Arcivescovo di Firenze, apre nella Basilica domenicana di San Marco il processo diocesano sulle virtù eroiche del laico di Domenico.
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E' STATO DETTO DI LUI. "La piccola bara di La Pira venne sollevata dalle braccia del popolo fiorentino, come era accaduto con Don Giulio Facibeni e col Cardinale Elia Dalla Costa. I piccoli e gli indotti, senza saperlo spiegare, legarono insieme i tre personaggi: un prete, un cardinale, un sindaco, tutti e tre completamente spossessati di sé, delle cose del mondo, tutti e tre autorizzati ad appropriarsi il todo e il nada di San Giovanni della Croce: ‘Per possedere tutto, non possedere nulla di nulla. Per essere tutto, sii nulla di nulla…’ " (mons. Loris F. Capovilla, segretario particolare di papa Giovanni XXIII).

FIGURE DOMENICANE. Beato Pier Giorgio Frassati

Pier Giorgio Frassati nasce a Torino il 6 Aprile 1901, da famiglia di origine biellese.
Il padre, Alfredo, fondatore, proprietario e direttore del giornale "La Stampa", nel 1913 è nominato senatore del Regno e nel 1921 ambasciatore d'Italia a Berlino.
Pier Giorgio frequenta le scuole presso il Ginnasio-liceo Massimo D'Azeglio e l'Istituto Sociale retto dai Gesuiti; nel Novembre 1918 si iscrive al Politecnico di Torino: corso di Ingegneria industriale Meccanica (con specializzazione mineraria). Nel 1919 entra a far parte del Circolo universitario cattolico Cesare Balbo: un momento molto importante perchè coincide con un più deciso impegno nella società, in nome e a partire dai suoi ideali cristiani, mentre incombe sul paese una crisi politica che sfocerà nel regime fascista. Iniziano anni in cui le sue intense giornate si dividono tra gli impegni di studio e la partecipazione ad incontri, dibattiti, convegni; tra i frequenti soggiorni in Germania, dove continua il suo "tipo" di vita, e i momenti di riposo e di distensione trascorsi sui monti; tra la dedizione alle opere di carità e l'impegno politico, sociale, culturale. E' iscritto al Partito Popolare Italiano, alle Conferenze di San Vincenzo, al Circolo Milites Mariae della Gioventù Cattolica, alla Pax Romana, un'organizzazione internazionale che riunisce i cattolici intenzionati a promuovere la pace; fa lavoro di propaganda per i giornali cattolici. Prende parte attiva alla vita delle associazioni cattoliche, partecipando tra l'altro ai vari Congressi Eucaristici che si svolgono in alta Italia; nel 1921 partecipa al Congresso della Pax Romana a Ravenna e a quello della Gioventù Cattolica a Roma. Nel 1922 entra nel Terz'ordine domenicano nella chiesa di San Domenico in Torino assumendo il nome di fra' Girolamo Savonarola. Muore il 4 Luglio 1925 (quando gli mancano pochi mesi alla Laurea) dopo quattro giorni di dolorosa e improvvisa poliomielite fulminante.
Nel 1932 il card. Maurilio Fossati, arcivescovo di Torino, apre il processo diocesano informativo sulle virtù eroiche e la fama di santità di Pier Giorgio Frassati. Nel 1935 il processo si chiude a Torino e l'incartamento passa a Roma alla Sacra Congregazione dei Riti. Nel 1977, dopo una lunga sosta per motivi d'istruttoria, il processo viene ripreso dietro sollecitazione di Paolo VI, che ha conosciuto personalmente Pier Giorgio. Il 31 Marzo 1981 viene eseguita la ricognizione della salma nel cimitero di Pollone dal Tribunale Diocesano per le cause dei Santi. Come dichiarato, la salma è ritrovata in perfetto stato di conservazione. Il 20 Luglio 1981 si chiude a Torino, alla presenza del card. Anastasio Ballestrero, il processo apostolico, e il 31 Luglio gli atti sono trasferiti a Roma alla Sacra Congregazione per le cause dei Santi. Venerdì 23 Ottobre 1987, mentre è in corso l'Anno Mariano e il Sinodo mondiale dei vescovi sulla vocazione e la missione dei laici, alla presenza di Giovanni Paolo II nella Congregazione per le cause dei Santi sono riconosciute, con la promulgazione di uno speciale decreto, le virtù eroiche del Venerabile Pier Giorgio Frassati. Il 21 Dicembre 1989 - dopo aver accolto il parere favorevole delle commissioni di medici, teologi e cardinali - un decreto riconosce ufficialmente un miracolo dovuto all'intercessione di Pier Giorgio Frassati: la guarigione del friulano Domenico Sellari dal morbo di Pott, avvenuta nel 1933.
Pier Giorgio Frassati è solennemente proclamato Beato il 20 Maggio 1990 da papa Giovanni Paolo II: la sua festa si può celebrare ogni anno nel giorno della sua nascita al cielo, il 4 Luglio. Il 16 Settembre avviene la traslazione delle sue reliquie dal cimitero di Pollone, nel biellese, alla Cattedrale di S. Giovanni Battista di Torino.
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DA ALCUNI SCRITTI. «Sempre più desidero scalare i monti, guadagnare le punte più ardite, provare quella gioia pura che solo in montagna si ha» (lettera a un amico).
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«Dal ghiacciaio il mio pensiero è corso agli amici lontani: li avrei voluti avere tutti qui a godere con me quello spettacolo meraviglioso» (lettera a un amico).
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«Ieri sono stato insieme con Bertini Delpiano e altri del circolo «Cesare Balbo» al convegno di Novara. E’ stata una manifestazione che veramente mi ha colpito: sono passati per le vie di Novara, recentemente funestate da sangue fraterno, migliaia e migliaia di giovani entusiasti e pieni di Fede. [...]
V’è un buon risveglio anche di gioventù femminile (nota bene alla presidentessa abbiamo venduto 2 libretti) purtroppo si notava anche molte signorine fasciste, le quali però al vedere tanti giovani al fianco delle bandiere della Fede e pregare per le vie della città si ritirarono un po’ mortificate; speriamo che la Provvidenza arrivi ai loro cuori, affinché riporti queste pecorelle smarrite all’ovile.
Avevo portato 50 libretti con me temendo di non poterli vendere ed invece per fortuna me ne restano pochi e poi un centinaio sono venduti».
(lettera a Antonio Severi, 9 ottobre 1922)
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Mi piacerebbe molto che tu assumessi il nome di Fra Girolamo, non perché è il nome che io ho come figlio di San Domenico, ma perché mi ricorda una figura a me cara e certamente anche a te, che hai comune a me gli stessi sentimenti contro i corrotti costumi, la figura di Girolamo Savonarola, di cui io molto indegnamente porto il nome.
Ammiratore fervente di questo frate, morto da santo sul patibolo, ho voluto nel farmi terziario prenderlo come modello, ma purtroppo sono ben lungi da imitarlo.
Pensaci e poi scrivimi le tue idee in proposito».
(lettera a Antonio Villani, Pollone, 31/8/1923)
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«Carissima, grazie anzitutto della buona lettera. Tu mi domandi se sono allegro; e come non potrei esserlo? finché la Fede mi darà forza sempre allegro! ogni cattolico non può non essere allegro: la tristezza deve essere bandita dagli animi cattolici; il dolore non è la tristezza, che è una malattia peggiore di ogni altra.
Questa malattia è quasi sempre prodotta dall’ateismo; ma lo scopo per cui noi siamo stati creati ci addita la via seminata sia pure di molte spine, ma non una triste via: essa è allegria anche attraverso i dolori.
Poi in questi giorni l’animo mio esulta perché è giunto da Livorno Marco Beltramo».
(lettera alla sorella, Torino, 14/2/1925)
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E' STATO DETTO DI LUI. "Piergiorgio è stato qualcosa di più di un giovane, puro, allegro, orante, aperto alla vera bellezza e libertà, pieno di comprensione per i problemi sociali, che porta nel suo cuore la Chiesa e il suo destino con serena e virile naturalezza, così come tanti giovani di allora e di oggi. Al suo tempo non erano ancora molti coloro che, pur provenendo da un ambiante borghese e liberale, fossero cristiani come Frassati, senza che si debba ricorrere per lui alla normale legge psichica della protesta dei figli contri i padri. Questo infatti è il fatto insolito: in cui manca tale protesta. Egli è un cristiano che semplicemente tale si presenta e ha protestato soltanto essendolo con tutta naturalezza, come se fosse naturale per tutti. E' uno che ha il coraggio e la forza di essere un cristiano non per una reazione contro la generazione dei propri genitori, non a motivo di diagnosi o di prognosi culturali o altro di simile, ma perché ha compreso il cristianesimo stesso, che ci insegna a credere in Dio, nel valore della preghiera e dei sacramenti, alimento dell'eterno nell'uomo, e nella fraternità universale. In lui si può scoprire all'opera in maniera misteriosa e umanamente inspiegabile la grazia di Dio: all'improvviso si ripresenta un cristiano dove l'ambiente e i genitori pensavano che ciò fosse semplicemente superato. Ed egli è lì giovialmente, senza diventare partito che si autopropaganda e si sforza con veemenza di distinguersi. E' semplicemente un cristiano che, dopo aver compreso se stesso sino a spaventarsene e dopo aver risolto, forse piangendo, i suoi problemi tuffandoli nella grazia, vive il suo cristianesimo pregando, mangiando il pane della morte e della vita, amando i suoi fratelli" (dalla biografia di K. Rahner scritta da H. Verglimler).

FIGURE DOMENICANE. Santa Caterina da Siena


Santa Caterina da Siena
vergine, dottore della Chiesa e patrona d'Italia
29 Aprile
Siena, 25 Marzo 1347 - Roma, 29 Aprile 1380
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«Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia»: queste alcune delle parole che hanno reso questa santa, patrona d'Italia, celebre.
Nata nel 1347 Caterina non va a scuola, non ha maestri. I suoi avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua "cella" di terziaria domenicana (o Mantellata, per l'abito bianco e il mantello nero). La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. Li chiameranno "Caterinati".
Lei impara a leggere e a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a donne di casa e a regine, e pure ai detenuti. Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377.
Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni.
Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d'Italia con Francesco d'Assisi (fonte: Avvenire).
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Patronato: Italia, Europa (Giovanni Paolo II, 1/10/1999).
Etimologia: Caterina = donna pura, dal greco.
Emblema: anello, giglio.
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Martirologio Romano: Festa di Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, che, preso l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico, si sforzò di conoscere Dio in se stessa e se stessa in Dio e di rendersi conforme a Cristo crocifisso; lottò con forza e senza sosta per la pace, per il ritorno del Romano Pontefice nell’Urbe e per il ripristino dell’unità della Chiesa, lasciando pure celebri scritti della sua straordinaria dottrina spirituale.
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Lo si dice oggi come una scoperta: "Se è in crisi la giustizia, è in crisi lo Stato". Ma lo diceva già nel Trecento una ragazza.
Eccola, Caterina da Siena. Ultima dei 25 figli (con una gemella morta quasi subito) del rispettato tintore Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piacenti, figlia di un poeta. Accasarla bene e presto, ecco il pensiero dei suoi, che secondo l’uso avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre, anche davanti alle rappresaglie.
I suoi messaggi sono rivolti a papi e re, a cuoiai e generali, a donne di casa e a regine. Anche ai "prigioni di Siena", cioè ai detenuti, che da lei non sentono una parola di biasimo per il male commesso. No, Caterina è quella della gioia e della fiducia: accosta le loro sofferenze a quelle di Gesù innocente e li vuole come lui: "Vedete come è dolcemente armato questo cavaliero!".
Nel vitalissimo e drammatico Trecento, tra guerra e peste, l’Italia e Siena possono contare su Caterina, come ci contano i colpiti da tutte le sventure, e i condannati a morte: ad esempio, quel perugino, Nicolò di Tuldo, selvaggiamente disperato, che lei trasforma prima del supplizio: "Egli giunse come uno agnello mansueto, e vedendomi, cominciò a ridere; e volse ch’io gli facessi il segno della croce".
Parla chiaro ai vertici della Chiesa. A Pietro, cardinale di Ostia, scrive: "Vi dissi che desideravo vedervi uomo virile e non timoroso (...) e fate vedere al Santo Padre più la perdizione dell’anime che quella delle città; perocché Dio chiede l’anime più che le città".
C’è pure chi la cerca per ammazzarla, a Firenze, trovandola con un gruppo di amici. E lei precipitosamente si presenta: "Caterina sono io! Uccidi me, e lascia in pace loro!". Porge il collo, e quello va via sconfitto.
Muore a soli 33 anni.
Nel 1970 avrà da Paolo VI il titolo di dottore della Chiesa.
La festa delle stigmate di S. Caterina è, per il solo Ordine domenicano, il 1° Aprile.
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Autore: Domenico Agasso

I DOMENICANI del Meridione E LE SFIDE di oggi (Giustizia e Pace)

Al link sotto indicato si può trovare il recente comunicato di Giustizia e Pace, formulato dai Frati Domenicani del Meridione d'Italia sulle urgenze del nostro Paese.

Palermo, 10 Agosto 2009

http://groups.google.it/group/giustizia-pace-integrita-del-creato/browse_thread/thread/983c4859fa3e215b?hl=it
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IL POVERO NON E' UN CRIMINALE

Leggi qui http://www.giustiziaepace.it/index.php?option=com_content&view=article&id=63:il-povero-non-e-un-criminale&catid=9:relazioni-interne&Itemid=4 il comunicato che
, quali cittadini e cristiani,
abbiamo emesso in relazione a talune norme del disegno di legge c.d. sulla sicurezza, da poco approvato dal Senato della Repubblica.

Palermo, 7 Febbraio 2009

- Fra' Graziano Bruno o.f.m. , Moderatore di Giustizia e Pace per la Sicilia dei Frati Minori
- Francesco Lo Cascio, Movimento Internazionale per la Riconciliazione
- Salvatore Scaglia
, componente della Commissione nazionale di Giustizia e Pace della Famiglia Domenicana

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PETIZIONE contro la PEDOFILIA

Già i Romani avvertivano che "debetur puero maxima reverentia". Gesù Cristo, poi, è perentorio: "chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli [...], meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare" (Matteo 18, 6).

Firmiamo dunque in massa la petizione internazionale contro la pedofilia (sul sito sotto indicato), promossa dall'associazione Meter di Fortunato Di Noto, sacerdote di Avola (SR), da anni impegnato sul fronte della tutela dei bambini.

http://www.associazionemeter.org/index.php?option=com_content&task=view&id=63&Itemid=68

Palermo, 28 Settembre 2008
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La chiesa di san Domenico a Palermo (pantheon dei siciliani illustri): nell'annesso convento - sul retro - si incontra la F.L.S.D.

L'obelisco dell'Immacolata, davanti alla chiesa, e il simulacro della Madonna del Rosario, all'interno, attribuito a Girolamo Bagnasco (prima metà XIX sec.)

Laici domenicani di Palermo e Catania a Caltanissetta, con la calotta cranica di San Domenico, nel Maggio 2009

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